Roma Fringe Festival 2021: i vincitori, la rassegna e gli spettacoli più belli

Cos'è il Roma Fringe Festival?

Il Fringe Festival è la festa del teatro indipendente. I primi Fringers nascono nel 1947 ad Edimburgo, dove nel mese di agosto (mese di maggiore affluenza turistica in Scozia), il Festival Internazionale di Edimburgo offriva gli spazi pubblici della città alle compagnie straniere, escludendo così la possibilità agli artisti locali di esibirsi su una scena internazionale.

Da quegli artisti-cittadini che si sono sentiti relegati "ai margini" della loro stessa città e trascurati dalle Istituzioni, nasce il Fringe Festival di Edimburgo, il primo Festival del teatro indipendente. Oggi è il festival d'arte più importante al mondo. 


Il Fringe Festival da nove anni è sbarcato anche in Italia, a Roma. Le compagnie in programmazione vengono selezionate tramite bando, con il solo requisito di essere compagnie che creano e producono i loro spettacoli senza contributi pubblici. In una parola: indipendenti. 

Ogni anno una giuria speciale assegna diversi premi agli spettacoli in gara: Spirito FringeMiglior Regia, Miglior Drammaturgia, Speciale Off, Miglior Attore, Miglior Attrice. 
Nella prima fase vengono selezionati tre spettacoli finalisti. Nella seconda fase vengono invece assegnati il Premio Fersen dalla Fondazione Fersen, il Premio della Critica dai giornalisti accreditati, e infine il premio per il Miglior Spettacolo dal presidente di giuria del Fringe Festival. Il premio destinato alla compagnia vincitrice è una tournée in dodici tappe da distribuirsi nei teatri di Zona Indipendente.

Per saperne di più, trovate qui l'introduzione al Festival 2021 ad opera degli organizzatori.

Edizione 2021: presentazione, giuria, programmazione

Quest'anno il Roma Fringe Festival, come ogni anno, ha avuto luogo al Teatro Piccolo Eliseo e al Teatro Vascello di Roma dal 18 al 26 aprileLa particolarità di questa edizione è stata, tuttavia, la diretta streaming dai teatri. A causa delle restrizioni d'emergenza previste dal Dpcm del 25 Ottobre 2020, che prevedeva la chiusura di cinema, teatri e altri luoghi di assembramento, il Fringe Festival ha dovuto adottare lo streaming per permettere al suo pubblico di fruire degli spettacoli in gara.

La giuria, quest'anno, era composta da Manuela Kustermann (presidente di giuria), Raffaella Azim, Ferruccio Marotti, Antonio Rezza, Flavia Mastrella, Italo Moscati, Valentino Orfeo, Pierpaolo Sepe, Pasquale Pesce. 

Potete trovare qui il programma di sala completo, mentre qui è disponibile la brochure degli spettacoli.

I tre spettacoli finalisti dell'edizione 2021 sono stati:

  • Ca/1000 prodotto da Estudio.
  • La pescatrice di perle prodotto da Acasa
  • E' Cammarere prodotto da Ri.Te.Na Teatro.

Nel corso della serata finale di questa edizione, presso il Teatro Vascello, i tre spettacoli finalisti hanno avuto la possibilità di esibirsi per una seconda replica, stavolta davanti ad un pubblico in carne ed ossa. Dalla giornata di ieri, 26 aprile, è stato infatti possibile riaprire i teatri al pubblico dopo sei mesi (e risentire gli applausi di un pubblico fisico, anche se da remoto, è stata per tutti un'esperienza rassicurante).

Un'altra novità di quest'anno è stata il Fringe Tube: un concorso parallelo al Festival dedicato agli spettacoli scritti per il web. Lo spettacolo vincitore di questa categoria guadagnerà i finanziamenti e i mezzi per poter essere realizzato, con l'impegno da parte dell'amministrazione del Fringe a diffonderlo sulle principali piattaforme nazionali ed internazionali.


Tratto dallo spettacolo: Ca/1000

I vincitori

La cerimonia di premiazione, seguita da noi in modalità "blended" (il pubblico in sala, ma con  possibilità seguire il collegamento tramite streaming), ha visto la presenza in diretta Zoom di tutte le compagnie che hanno partecipato a quest'edizione del Fringe. "Un'edizione faticosa", commenta Fabio Galadini, il direttore artistico del Festival. "Per gli ovvi motivi che già sappiamo".

S'inaugura la cerimonia con l'annunciazione del premio Spirito Fringe, assegnato per la capacità di dimostrare adattamento e indipendenza nell'arte come nella vita quotidiana. Non a caso il premio viene assegnato dal responsabile della logistica, Raffaele Balzano. Lo spettacolo premiato è Tango 109.

"Il Fringe Festival è aperto a tutti, professionisti e non", dichiara Fabio Galadini introducendo la categoria dedicata a chi tratta tematiche tabù, di cui solitamente non si parla: lo Speciale Off. Il vincitore viene per questo annunciato dalla presidentessa della UILT Lazio, Stefania Zuccari. Lo spettacolo premiato è Mammy Blues.

Per quel che concerne, invece, la nuova categoria del Fringe Festival, il Fringe Tube, il vincitore è (Neo)Futurismo Online. Il trailer disponibile su You Tube documenta infatti una drammaturgia digitale che non solo include la tecnologia, ma non esclude la scenotecnica, creando così un "teatrino sintetico futuribile" che dà vita, corpo e scena a degli  attori-cellulari fantocci.

Il finale di questa edizione ha visto protagoniste quattro donne e nessun uomo, quindi non ci sorprendiamo nell'apprendere che il vincitore della categoria Migliore attore non fosse tra nessuno dei finalisti. A vincere il premio è stato infatti il barese Nico Sciacqua (Ketta di') autore ed interprete di uno spettacolo rappresentativo della sua città.

Al primo spettacolo finalista, La pescatrice di perle, spetta invece il Premio della critica, "per lo straordinario impegno drammaturgico nell'usare tutte le parole di Hannah Arendt con chiarezza e limpidezza, anche grazie ad una recitazione estremamente potente". Sul palco, ad accogliere il premio, sono l'attrice Marianna De Pinto e la regista-autrice Valeria Simone. Quest'ultima dedica il riconoscimento ottenuto alle donne, e in particolare alle madri lavoratrici nel mondo dello spettacolo. 

Il premio alla miglior regia è vinto, invece, da Fabio Di Gesto per E' Cammarere, mentre il premio alla Miglior attrice si sdoppia e viene consegnato alle "migliori attrici" Francesca Morgante e Maria Claudia Pesapane, per il medesimo spettacolo.

Il giurato Pasquale Pesce, direttore della Fondazione Fersen dal 2008, annuncia due categorie ed un unico vincitore: Ca/1000. Lo spettacolo viene infatti premiato sia per la Migliore Dramaturgia di Enrico Manzo, sia per la ricerca e l'innovazione con il Premio Fersen.

Ca/1000 vince inoltre anche il premio per il Miglior Spettacolo. Ad annunciarlo è la presidentessa di giuria, Manuela Kustermann: "la giuria ha visto con piacere l'intensità con la quale l'attrice, Noemi Francesca, è riuscita a rendere il clima delle sospensioni emotive, nel momento della crisi della creatività e dei valori". La cerimonia si conclude alle 21:55 e la Kunstermann saluta il pubblico del Teatro Vascello, rassicurando sul fatto che non è prevista alcuna sanzione per coloro che, tornando a casa dal teatro, sforeranno il coprifuoco delle 22. 

Cosa abbiamo visto in Redazione:



TANGO 109

Di e con India Baretto
Aiuto regia: Alberto Longo
Coreografia aerea: Chiara Ruggiero
Prodotto da: Damarame, 238 hangar delle arti

Tango 109 si potrebbe dire uno spettacolo acrobatico, ma definirlo tale sarebbe riduttivo.
India Baretto entra in scena vestendo i panni di una sarta che svolge il suo lavoro, ma ogni azione è calcolata al millesimo sul ritmo preciso di una musica: è una danza della routine.
Siamo nell'atelier di una sarta: il lavoro da fare è tanto, ma la presenza di cerchi da circo sulla scena sembra distrarre la lavoratrice dal suo compito. Complice la musica molto coinvolgente, che sembra possederla ad ogni movimento, sempre di più, la sarta si ritrova ben presto a trasformare le proprie azioni in numeri circensi dapprima sbavati, poi sempre più precisi.

Periodicamente, la musica viene interrotta dal suono di una macchina da cucire, costringendo così India ad interrompere la sua performance. Le interruzioni creano un climax: la prima farà tornare a lavoro la sarta, la seconda le darà l'input di portare l'arte circense nel suo lavoro... ma dalla terza la donna ignorerà l'interruzione e si metterà a danzare. Spogliatasi degli abiti dell'imbranata, sciatta impiegata, la circense, nel suo ambiente “naturale”, si esalta. Proprio come un tango, la danza aerea rivela tutta la bellezza e la sensualità rimasta a lungo sepolta nella donna. Il prezzo però è lo svenimento, il buio, tornare alla routine di ogni giorno. La musica è svanita: si sente solo il rumore della macchina da cucire.

Tango 109 dunque non è solo Nouveau Cirque, ma è uno spettacolo sulla dolorosa consapevolezza di non poter ballare per sempre, perché non sempre la vita coincide con l'arte.

Una storia raccontata col corpo, che, nel nostro intimo, ricorda un po' a tutti noi la sofferenza che si prova a sedersi ad una scrivania, non sapendo quand'è che potremo rialzarci.

Laura Astarita




PAPPARAPPÉRO ARRIVA LA PAPESSA

Di e con: Giorgia Mazzucato
Luci: Andrea Vannini
Prodotto da: SB Teatro

In un paesino della provincia di una non ben specificata regione italiana, cinque personaggi si preparano alla visita di una papessa, prima donna a rivestire questo ruolo. Da qui il titolo: Papparappéro arriva la papessa. Sono personaggi forti, quelli di questo spettacolo, cinque “caratteri” che vengono interpretati da un'unica, meravigliosa attrice: Giorgia Mazzucato.

A parte l'attrice che li interpreta, ciò che accomuna questi cinque è la concittadinanza: per il resto, sarà proprio la papessa e il suo arrivo in paese a smascherare questi personaggi. Resi ciechi dal loro individualismo, i caratteri hanno perso la loro umanità sociale, la solidarietà, l'empatia, ma non la loro verità. 

Oltre alla straordinaria capacità interpretativa della Mazzucato, è degno di lode anche l'uso che è stato fatto delle luci, alle quali ognuna corrispondeva una specifica personalità, aiutando in questo modo lo spettatore a comprendere tutti i tempestivi cambi di carattere in scena. 

Giorgia Mazzucato presenta al Roma Fringe Festival un one woman show incredibile. Un testo poliedrico, che spazia dal registro colloquiale, dialettale, balbettante, al grammelot e lo "psicodramma". E il canto, naturalmente. Sarà infatti la canzone di una clochard, alla fine dello spettacolo, più che il discorso della papessa, a darci il senso di un'opera che parla della perdita del senso civile: “Ma che bello è sto mondo dove il rispetto va ai morti, ma dei vivi, dei vivi a chi vuoi gliene importi?”

Papparappéro è in definitiva uno spettacolo che rivela tutte le potenzialità della scena vuota: divertente, affascinante, ma che offre anche uno spunto di riflessione profonda su uno spaccato di civiltà umana.

Laura Astarita


MAGDA - A VERY PUNK SOAP OPERA


Con Valentina Violo, Riccardo Pumpo, Sebastiano Bottari, Valentina Cardinali
Scritto da Michele Furfari
Diretto da Guerrilla Sports!

Come ci ricorda la protagonista nel trailer, “ogni riferimento a qualsiasi tipo di personaggio storico veramente esistito o meno non è casuale”. 

Magda-A Very Punk Soap Opera è una rilettura moderna della storia di Gesù Cristo, in particolar modo della vicenda di Maria Maddalena. Ecco quindi che Maria-Magda diventa una escort BDSM e Jesus un artista trap. La donna decide di abbandonare la propria professione, catturata dalla retorica del profeta, ma ben presto si rende conto che non è tutto oro quello che luccica e che il “Messia” non è il grand’uomo che crede di essere.

L’unione di sacro e profano, antico e moderno, si realizza sin dalla primissima scena, in cui vediamo un uomo frustare la protagonista, legata al letto in una posizione che richiama quella di un crocifisso, con in sottofondo un canto gregoriano. Un’unione-opposizione che si realizza anche a livello di linguaggio: quello molto ufficioso di Jesus, ispirato ai Vangeli, e quello sboccato di Magda (che d’altronde è anche quello che l’artista utilizza nelle sue canzoni). Opposizione tra i due personaggi che si realizza su tutti i fronti: prima di tutto nel sesso, l’uno maschio e l’altra femmina; poi anche a livello etico. 

A rigor di logica Jesus dovrebbe essere il personaggio positivo, ma è solo un uomo debole che si atteggia, un cocco di mamma che approfitta di Magda per raggiungere i suoi obbiettivi. È Magda il vero centro morale della vicenda: non si pente del suo lavoro, anzi, ne è soddisfatta. Al contrario di Jesus, che finge una profonda conoscenza del mondo, ha vissuto sulla sua pelle le difficoltà della realtà moderna.

Il risultato? Una versione del Nuovo Testamento che lascia un sorriso un po’ amaro, perché ci ricorda che ormai il tempo dei profeti e della redenzione è finito. E va bene così.

Silvia Strambi


LOADING 2101

Con Mariano Viggiano e Giorgia Lunghi
Scritto e diretto da Salvatore Riggi

Anno 2101. Nel nuovo millennio tutta la vita dell’essere umano, interazioni comprese, è gestita da un programma tecnologico, genericamente chiamato “App”. La tecnologia organizza i matrimoni, i bambini vengono “ordinati” e costruiti secondo le preferenze dei futuri genitori, come se stessero giocando a “The Sims”.
I due attori protagonisti interpretano personaggi diversi in due scenette contrapposte. I primi personaggi sono un uomo e una donna sposati. Nonostante la convivenza i due interagiscono tra loro attraverso due finestre separate, parlano dei loro sentimenti con le emoticon, hanno rapporti sessuali attraverso un apparecchio elettronico. Le scenette dedicate alla loro vita quotidiana sono tutte ambientate nel loro appartamento (nel 2101 si viaggia stando a casa, si lavora stando a casa).
A queste si oppongono dei numeri con protagonisti due anziani che, pur comunicando attraverso un miscuglio di versi e parole sconnesse e muovendosi in maniera esagerata, risultano essere più umani. I due, al contrario dei protagonisti, non fanno uso di tecnologia, e per comunicare utilizzano la loro fantasia e fisicità. Solo nel finale scopriremo il legame tra questi personaggi e i due sposi.
Ed è effettivamente il finale a dotare di un senso nuovo e più profondo un’opera che presenta spunti sì interessanti, ma non rivoluzionari. È nel finale che comprendiamo effettivamente quale sia la natura del futuro a cui stiamo assistendo, ma soprattutto il significato delle scenette tra gli anziani. In un mondo come il nostro, in cui le tecnologie sono sempre più realistiche, questi stacchetti sono un tributo al potere del contatto fisico, dell’immaginazione, del “facciamo finta che”. Insomma, del teatro. 

Silvia Strambi





Di e con Giacomo Dimase
Proveniente da Bari

"Se io non lo sento, lui non mi vede"

Quando sei un bambino non puoi fare alcuni giochi, perché sono troppo "da femmina". 
Quando sei una bambina non puoi tenere certi comportamenti, perché sono troppo "da maschiaccio". Ai piccoli viene insegnato che "la principessa dorme sul pisello, il principe invece il pisello ce l'ha". Alle bambine capricciose viene detto che "non troveranno mai il principe azzurro".

Spaidermen è la storia di Giacomo, un bambino che sogna di fare la principessa (perché, si sa, nei cartoni hanno sempre le canzoni migliori e sono i personaggi più interessanti), ma che, per questo, un giorno riceve il veleno di un serpente. Il bambino ora è diventato un maestro di teatro e spiega ai suoi giovani allievi la storia di un calciatore che si è vestito da principessa. La classe arriva alla conclusione che ognuno è libero di essere chi vuole, ma i genitori dei bambini non la pensano allo stesso modo. Viene convocata una riunione tra genitori e docenti. Giacomo può raccontare la fiaba di Cappuccetto rosso, oppure parlare di un topolino che vuole essere un elefante, ma non deve inserire nella mente dei più piccoli certe "idee perniciose". I genitori pensano addirittura di stilare una lista di libri che il maestro può leggere. Spaidermen è uno spettacolo sull'identità di genere e sulla paura, la quale porta spesso la società alla censura e alla negazione del diverso.
Giacomo sogna il suo processo: tra i testimoni contro di lui c'è Babbo Natale, il quale non capisce come mai a lui non piacessero i giochi da "maschietto", c'è sua madre, che era convinta fosse solo "una fase", e c'è il suo peluche, Anastasia, che si lamenta di essere sempre stato trattato da lui come una femmina nonostante fosse un maschio.

La struttura alla one man show, la scenografia costituita solo da una sedia, un tavolo e una penna e il palco semibuio rendono l'atmosfera intima, quasi come se si leggesse il diario di qualcuno. Sullo studio dei gesti ripetuti poi vi si potrebbero dedicare pagine.
In un periodo storico come il nostro, in cui sempre più persone stanno trovando il coraggio di fare coming out e in cui si sta facendo più informazione su temi come "sesso" e "genere", uno spettacolo come Spaidermen è una visione quasi necessaria.

Alessandra Vita





Con Andrea Cioffi, Sara Guardascione
Scritto e diretto da Andrea Cioffi
Scene di Trisha Palma
Costumi di Rosario Martone
Musiche di Emanuele Pontoni
Sarta di scena Lia Anzalone
Disegno luci di Danilo Cencelli

Raccontami Shakespeare mette in scena la storia di due personaggi davvero esistiti e importanti per la letteratura inglese: Charles Lamb e Mary Lamb. Nel 1796, Mary uccise la loro madre con un coltello da cucina: Charles da allora si promise di prendersi cura di lei fino alla fine dei suoi giorni.
Lo spettacolo si concentra sulla creazione del loro libro per bambini, Tales from Shakespeare. Charles è qui un uomo molto insicuro, balbettante, che vorrebbe sposarsi e rifarsi una vita ma che ha come primo interesse il bene della sorella. Mary alterna momenti di lucidità ad altri di follia. La donna sa di essere più talentuosa del fratello nella scrittura ma sa anche di non potervisi dedicare, poiché non è un uomo. Lo spettacolo ripercorre la vita dei due fratelli fino alla morte di Charles quando Mary sarà abbandonata a sé stessa. Le parole di Shakespeare fanno da filo conduttore a tutta la vicenda.
Interessante il discorso teorico sulla recitazione degli attori, dibattito che ha sempre fatto parte della storia del teatro sin da Diderot. Dal punto di vista della messa in scena, il tutto rimane sulla linea di un teatro più istituzionale. Le scenografie, seppur semplici, sono tuttavia protagoniste.

Alessandra Vita




LA RISPOSTA DI OFELIA

Di e con Viola di Caprio
Voci di Lucas Tavernier, Miha Bezeljak, Yuri Grandone
Luci e audio di  Francesca Marchionni
Scene di Sabina Lembo
Maschere di Luca Arcamone
Sigla originale di Edoardo Pepe
Proveniente da Salerno 

La tragedia Amleto più o meno la conoscono tutti. Per affrontare una storia così nota in maniera originale, l’attrice e ideatrice di questo spettacolo, Viola di Caprio, decide di assumere il punto di vista di tre personaggi femminili: Ofelia, l’amata del principe di Danimarca, la madre di Ofelia e Gertrude, regina di Danimarca e madre del principe. Per interpretare questi ultimi due personaggi l’attrice fa uso di due maschere, una bianca e una rossa.

Viola di Caprio è l’unica in scena. Si presenta con una lampada frontale sulla testa, come un’esploratrice, esploratrice della propria interiorità. Tutti gli altri personaggi della vicenda shakespeariana sono solo voci, proiezioni della sua mente evidentemente già spossata dalla follia. D’altronde questa sua solitudine sul palco è emblematica della solitudine del personaggio di Ofelia nell’opera di Shakespeare. Lei stessa, allora, dà voce e corpo all’unica persona con cui riesce ad avere un dialogo, ovvero la propria madre.

Lo spettacolo della di Caprio riprende dichiaratamente le vicende della tragedia shakespeariana, non solo nella reiterazione di personaggi e di interi brani dallo spettacolo, ma anche nella specularità di temi e di punti della trama. La madre di Ofelia torna nel mondo dei vivi per parlare con la figlia come il padre di Amleto aveva fatto col figlio; Gertrude, dopo la morte di Polonio, impazzisce a sua volta. Non solo questo, ma si dimostra cosciente di essere il personaggio di uno spettacolo, come accadeva ai protagonisti dell’opera Rosencrantz e Guildenstern sono morti, anche questa ispirata all’ Amleto.

Nel finale le linee di confine si indeboliscono ancora di più nel momento in cui, durante il suo discorso folle, Ofelia inizia a citare il famoso “Essere o non essere” amletico. Viene da chiedersi davvero se, in fondo, tra Amleto e Ofelia fosse lei la pazza.

Silvia Strambi



Di: Assoteatro
Tratto dal romanzo da “Memento Domine” di Dora Liguori
Con: Marco Junior Marrone, Filippo D'Amato, Christian Salicone, Eduardo Di Lorenzo, Dora Crudele
Movimenti coreografici: Marina Ansalone
Costumi: Maria Marino
Adattamento e regia: Vito Cesaro


Sapete chi è o' munaciello? Si tratta di un piccolo demone della tradizione napoletana, la cui leggenda viene tramandata dai racconti degli anziani da più di cinquecento anni. Si dice che sia molto dispettoso e smaliziato, ma anche che faccia visita, di notte, a chi ne ha realmente bisogno. 
Sul palcoscenico si accende un occhio di bue e appare un uomo con indosso un cappello da baseball, siede al tavolino di un bar dando le spalle al pubblico: guarda, in televisione, un discorso di Mattarella sui 160 anni dall'Unità d'Italia.
In quel momento, appare o' munaciello tutto vestito di rosso, ed inizia a narrare una storia, perché lui è “colui che tutto sa, passato e presente”. Facendo uso del faro da richiamo, o' munaciello si trova a "saltellare" da un cerchio di luce all'altro nel corso della narrazione. Viene fatta ascoltare una registrazione del famoso discorso del 10 gennaio 1859, enunciato da Vittorio Emanuele II al Parlamento torinese: «Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi.» "Ma nunn' era vero niente," ribatte o' munaciello. "A levare il grido erano solo un paio di fessacchiotti liberali", spiega all'avventore del bar, "mentre invece la maggior parte dei meridionali era schierato dalla parte dei Borbone". Il faro si spegne sul narratore e si riaccende sull'azione. Ora siamo nel Risorgimento. Gli eventi hanno luogo nell'ormai ex-Regno delle Due Sicilie, dove un esercito di briganti, alleati con gli spagnoli di José Borges, tentano di fermare "l'invasione dei piemontesi" dopo la fuga di Francesco I di Borbone.
Su questo scenario di lotte e guerriglie, sboccia la passione tra un capitano spagnolo e una baronessa napoletana; passione che, però, è destinata a finire in tragedia. Il capitano viene infatti arrestato dai sabaudi. La donna, venuta a trovare l'amato in prigione, decide di sparargli al cuore per evitargli l'umiliazione della tortura. Buio. Luce. L'uomo nel bar si risveglia, si toglie il cappello e quindi si volta verso il pubblico. Lo vediamo in viso e capiamo che altri non è che il capitano spagnolo, quello della storia, ancora col petto insanguinato a causa dello sparo che l'ha ucciso.
Lo spettacolo si conclude sul grido disperato del personaggio a cui il regista, Vito Cesaro, ha affidato le vicende descritte da Dora Liguori: “Memento Domine”, grida il munaciello. “Ricordati almeno tu, Signore. Perché tutti gli altri hanno dimenticato”. Ed ecco, al culmine dello spettacolo, il vero "grido di dolore": quello che proviene "dall'anima del Sud, che aspetta ancora verità e giustizia”. Verità per tutte i meridionali uccisi e massacrati in nome di “quell'amara unità”. Giustizia per una ferita che, dopo 160 anni, ancora sanguina. 

Laura Astarita



LA MADONNA DEI TOPI. TRE STUDI PER UNA TRAPPOLA

Fucina Zero
Drammaturgia di Lorenzo Guerrieri e Francesco Battaglia
Regia di Lorenzo Guerrieri
Dramaturg Matteo Finamore
Con Andrea Carriero,  Sara Giannelli e Lorenzo Guerrieri
Collaborazione artistica di Paolo Madonna

“La Madonna dei topi” riprende la favola del pifferaio magico. I protagonisti dello spettacolo sono i topi che con l’inganno sono stati condotti in una discarica dal musicista, e che qui hanno fondato una città chiamata “Nuova Hamelin”. Per portare sulla scena la società “rattesca”, nel corso dello spettacolo gli attori interagiscono con oggetti facilmente reperibili nelle discariche.
Come da titolo lo spettacolo si sviluppa in tre scene (più un prologo). La prima scena vede come protagonista un topino che, per avere un po’ di acqua pulita, è costretto a rivolgersi a un sacerdote, che si fa pagare con pezzi di plastica. Il “sacerdote” e il suo chierichetto oltre che figure religiose sono anche i capi dell’azienda principale della Nuova Hamelin: le loro preghiere mescolano le classiche litanie cristiane a un linguaggio tipicamente aziendale.
La seconda storia vede invece protagonista un topo che gioca compulsivamente alla slot machine, per ripagare… un venditore di organi da cui ha acquistato un cuore. Interviene anche una profetessa, emblematicamente chiamata “Cassandra” e cieca come Tiresia, il profeta della mitologia greca.
Il terzo episodio (che personalmente è anche quello che ho preferito) ci mostra un tipico sketch trasmesso sulla TV della Nuova Hamelin. Una topina, Linda (il cui programma a quanto pare è in onda da più di 100 stagioni), vive la sua storia d’amore con un detersivo della linea “Rattex”, i cui prodotti sono citati costantemente nello sketch. Non mancano i riferimenti ad altri generi (a un certo punto appare una “pattumiera mannara”) e un siparietto che fa il verso a tutti i “salotti” televisivi. Completa il grottesco quadretto una spettatrice che partecipa, letteralmente ed emotivamente, allo spettacolo, commentando su quanto sia “autocatartica” l’esperienza. 
Questo mondo distopico, buio e misero (a tal punto che a tratti la visione è quasi sgradevole), fa chiaramente il verso a quello umano. Ma la natura animale dei suoi abitanti porta all’esasperazione ogni aspetto di questa collettività, facendo così da critica alla nostra. I topi sono tutto ciò che c’è di peggio nella società umana, e il loro mondo è dominato dalla legge del più forte. E come dice Cassandra, in un mondo come questo l’unica maniera per sopravvivere è vivere in solitudine. 

Silvia Strambi



Scritto, diretto e interpretato da Luna Romani
Proveniente da Roma

Nel momento in cui un bambino nasce anche una madre sta nascendo”.

Luna Romani decide di raccontare una storia di maternità sofferta, vissuta in solitudine, in cui riepiloga tutte le esperienze negative legate a quello che dovrebbe essere il “momento più bello” della vita di una donna.

Lo spettacolo è un one woman show in cui, oltre alla protagonista in scena, “partecipano” virtualmente altre due donne che appaiono in alcuni video trasmessi sulla parete del teatro. Le loro testimonianze sulla maternità difficile “completano” le parole dell’attrice.
Per decenni la società ha parlato della figura materna come di un essere etereo e perfetto. Nel momento in cui l’esperienza della nascita del figlio si allontana da questa immagine impostaci, ecco allora che la maternità diventa un momento traumatico, in cui la donna mette in dubbio sé stessa e il proprio valore.
Lo spettacolo scava dunque nelle paure più profonde della protagonista e in tutti quei temi che solitamente non si affrontano mai: il sentire il figlio come un estraneo, il sentirsi inadeguate, la paura di “perdersi”, la pressione sociale di essere sempre positiva, la mancanza di tempo per prendersi cura di sé...

Nello spettacolo ci sono anche momenti di musica, in cui l’attrice lavora molto sulla sua fisicità. D’altronde si parla anche del corpo e delle trasformazioni che seguono ad un evento così traumatico. Luna Romani parla di tutto con una sincerità disarmante, mettendosi a nudo e senza risparmiare i dettagli più sgradevoli, anche a livello fisico, dell’esperienza. Particolarmente forte la descrizione dell’atto del parto.
Un racconto travagliato, di sofferenza fisica e psicologica, che però ha un valore inestimabile. In un mondo di matriarche perfette, abbiamo bisogno di ricordarci che non sapere cosa fare, che non sapere come essere madri, non ci rende pessimi genitori ma solo esseri umani.

Silvia Strambi

SULLE NOTE DELL'INCONSCIO

In collaborazione con Piccola Città Teatro
Con Anna Bocchino, Gaetano Frazese, Emanuele Iovino, Nicola Tartarone
Testo, regia e disegno luci di Filippo Stasi
Scene di Mario Ferrillo
Costumi di Francesca Liguori
Musiche originali di Mario Autore
Proveniente da Napoli
Direttore di scena: Francesco Bellella
Foto di scena di Flavia Tartaglia

Lo spettacolo di Filippo Stasi, che ha già ottenuto vari premi in diversi festival, parla del pittore Jackson Pollock, uno dei massimi artisti dell’action painting. L’artista ha avuto una vita molto complessa e sofferta, caratterizzata dalla dipendenza di alcool e terminata a soli 44 anni, in un incidente stradale.
Con sullo sfondo una scenografia molto ridotta, una voce fuori campo segnala l’anno in cui la scena che stiamo vedendo è ambientata. Il flusso delle vicende è discontinuo: una scena è ambientata negli anni 40, quando Pollock conosce la sua futura moglie, Lee Krasner, quella successiva vede la stessa Krasner parlare del marito dopo la sua morte.
Oltre all’attore protagonista Gaetano Frazese (che interpreta con grande intensità il ruolo del pittore in tutta la sua complessità) sul palco troviamo un’unica attrice, Anna Bocchino. La donna interpreta un triplo ruolo: quello della già citata Lee, quello di Peggy Guggenheim, una storica collezionista, e l’Arte, che parla spagnolo in un’epoca in cui l’autore più in voga era Picasso. Questo “personaggio” non è l’unica figura che nel corso dello spettacolo raffigura la psiche turbata di Pollock.
A stuzzicare l’artista ci sono infatti due esseri maschili, uno positivo e uno negativo, a mò di angelo e diavolo. Sono manifestazioni che ben rappresentano le sue incertezze riguardo al suo lavoro, e le critiche che non vengono tanto dal mondo esterno quanto dall’interno. Come il femminile si “sdoppia” in diverse forme, così Pollock si divide in più rappresentazioni di sé stesso.
Lo spettacolo con una struttura semplice ma accattivante ricostruisce non tanto le vicende dell’artista, di cui sappiamo pochi dettagli, forniti perlopiù dalla narrazione della voce o di Lee, ma la sua interiorità tormentata. Il suo percorso psicologico arriva alla fine ad un’amara consapevolezza: vita e arte non possono convivere.
Silvia Strambi



E' CAMMARERE

Di Ri.Te.Na Teatro
Con Francesca Morgante e Maria Claudia Pesapane
Regia e drammaturgia di Fabio Di Gesto

E' cammarere è uno spettacolo scritto e diretto da Fabio Di Gesto ispirato a “Le serve” di Genet.
Come nel testo originale, anche qui ci sono due sorelle che, in assenza della signora per la quale lavorano come cameriere, giocano, facendo a turno, ad impersonarla.
La loro padrona viene descritta con “l'orgoglio nel petto”, “la cazzimma negli occhi” e “il veleno sulla bocca”. Questi elementi vengono ripresi in una ninna nanna che diventa il Leitmotiv dello spettacolo: l'elemento che sancisce la trasformazione nella padrona, insieme a l'uso di una pelliccia e di una parrucca nera. Inizialmente, dall'imitazione che le serve fanno di lei, si ha l'idea che questa padrona sia una donna meschina e crudele, talvolta anche violenta. Eppure, quando il gioco s'interrompe, questa padrona viene anche descritta con parole di ammirazione, invidia e desiderio. La padrona è una bella donna, sensuale, "femminile" anche quando si arrabbia.

Le serve, al contrario, sono due figure aride, asessuate e aliene nel loro grembiule scialbo, la retina per capelli. Le azioni ritmate, lo stesso uso del dialetto e del canto “popolare” napoletano (A' Maruzzella, Gigi D'Alessio) sono tutti elementi musicali che accrescono la sintonia tra le due serve e l'ambiente che abitano: un vascio che è un nido, ma è anche un limbo del gender neutral.

La magia si spezza nel momento in cui subentra la realtà: la padrona, la femme fatale dalla bellezza castrante, si scopre essere ora inesistente. Una delle due sorelle, dopo essere andata al mercato vestendo i panni della padrona, viene infatti additata come pazza. Le due cameriere non sono serve di nessuno, se non del concetto che "la padrona" rappresenta: quella donna che ogni ragazza vorrebbe essere, il "femminile" che, soggetto al giudizio altrui, tende a venir represso. A questo punto, una delle due si ribella al gioco, chiede alla sorella di rinunciare a tutto, di ammazzare la padrona per essere libera. L'altra reagirà aggressivamente e strangolerà la sorella ribelle. Con folle lucidità, infine, la sorella superstite spoglierà il cadavere dell'altra per vestirla con la pelliccia e la parrucca nera da padrona, continuando così, da sola, il gioco delle serve di Genet.

Laura Astarita


Tutte le foto, salvo diversa segnalazione, sono ad opera di Piero Tauro, il fotografo ufficiale del Festival.

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