Generazione 56K: una serie per nostalgici?

Di Laura Astarita

Il primo luglio è uscita su Netflix la nuova serie di Cattleya Generazione 56K. Devo dire che, inizialmente, ero un po' perplessa dal prodotto, per come era stato pubblicizzato. Prima di tutto, il nome Netflix mi fa sempre rizzare un pelo le antenne, se poi ci aggiungi anche quello di una casa di produzione specializzata in pubblicità, temevo che mi sarei sentita alla Fiera del Capitalismo. Secondariamente, il fatto che la serie fosse stata ideata, scritta e in parte diretta da Francesco Ebbasta, regista dei The Jackal, con la partecipazione nel cast di due membri "iconici" del gruppo: Gianluca "Fru" Colucci e Fabio Balsamo.

Fonte: Vanity Fair

Per chi non conoscesse i The Jackal: si tratta di un gruppo di YouTubers che fin dagli esordi del loro canale hanno scelto di dare un'impronta molto più cinematografica ai loro video piuttosto che scegliere dei format più "frontali" e specifici per il web. Quello che risalta nel loro lavoro è senza dubbio la competenza registica con la quale i video vengono realizzati, al pari di piccoli cortometraggi. 

Oltre ai registi, anche gli attori scelti per i video sono competenti, professionisti. Gli stessi membri dei The Jackal sono attori di grande talento. Da un paio di anni a questa parte, forse anche per valorizzare il talento attoriale dei membri, si è verificato un tentativo di transmedializzazione del gruppo: dal web, ora capita spesso di vedere i membri dei The Jackal anche in televisione. Nel 2017, erano al cinema con  Addio fottuti musi verdi, questo inverno erano concorrenti a LOL - chi ride è fuori e ora sono su Netflix. 

Il passaggio dal web al cinema, però, è rischioso, soprattutto sapendo che i personaggi dei The Jackal hanno personalità ben definite, fin troppo note al pubblico. Infatti il mio timore era che i The Jackal non riuscissero a disfarsi del proprio caratterismo, andando a condizionare il risultato finale del prodotto. 

Il personaggio interpretato da Fru, ad esempio, viene soprannominato Lù, diminutivo di "Luca" che richiama, sonoramente, lo pseudonimo di Gianluca Colucci. Naturalmente, Luca riprende le stesse caratteristiche del personaggio "Fru" di The Jackal: impacciato, cinico, antisociale e polemico. Stessa cosa vale per Fabio Balsamo e il suo personaggio in Generazione 56K: Sandro.

Tuttavia, l'alta probabilità di vedere uno show-pubblicità a favore di The Jackal e il mio irrazionale timore per Netflix non erano l'unica causa della mia perplessità. Era anche il tema, annunciato nel trailer, a non convincermi: la nostalgia per gli anni '90. Avevo davvero paura che lo show finisse per diventare un prodotto fatto dai millennials per i millennials, e che terminasse in un'autocommiserante morale nostalgica: Internet è brutto e cattivo, ha distrutto la genuinità delle relazioni umane e si stava meglio quando c'erano solo le VHS, spegnete i cellulari!

Bene, devo dire che tutti i miei timori sono stati ampiamente, e abilmente, debellati, ed ecco come.
Attenzione, da qui in poi, potrebbero presentarsi alcuni spoiler sulla serie.


Fonte: Vanity Fair

Generazione 56K è ambientato a Napoli: una città dove tradizione e presente convivono a pochi passi l'una dall'altra. Penso infatti che non esista città migliore di Napoli per parlare del cambio epocale che i millennials hanno vissuto nel corso della loro vita. La serie comincia nella Napoli "moderna" di Via Toledo, Piazza Bellini, Mergellina. Daniel (Angelo Spagnoletti) è un uomo sui trent'anni che lavora in un'azienda che inventa e sviluppa nuove app per gli smartphone. Usando un'app di incontri, Daniel incontrerà per caso una sua ex compagna delle medie, Matilda (Cristina Cappelli). Non riconoscendola, Daniel s'innamora di lei a prima vista. Non sa che in realtà lei è già fidanzata con un altro.

Questo ci riporta agli eventi del 1998, nella preadolescenza di Daniel e Matilda. Siamo ora a Procida, una delle Isole di Napoli, dove ancora oggi il tempo sembra essersi fermato. L'Isola, infatti, pittoresca, "da cartolina", è il set ideale per gli anni '90. 

Ciò che la serie mette sicuramente in risalto è lo scarto tecnologico tra queste due realtà: il presente e il passato. Rappresentativa è la frase dell'amichetta di Matilda, ancora bambina, all'imbarco dell'aliscafo per andare a trovare suo padre nella Capitale: «Fai attenzione, che a Roma ci sono le autostrade!»

Generazione 56K parla dell'arrivo di Internet nelle nostre case senza polemiche e senza nostalgia. Anzi, forse sì, un po' di nostalgia c'è, ma non verso il passato: si sente nostalgia verso il futuro. Il motore della storia, su entrambe le linee temporali, sono infatti i diversi ingegni tecnologici, ed è buffo pensare che i personaggi non siano "nostalgici" verso Max Pezzali o le cassette, ma piuttosto verso quelle relazioni che sono destinate a disambiguarsi, a svilupparsi e a nascere solo nel futuro.

Questo mi riporta alle "spalle comiche" The Jackal, che funzionano, prodigiosamente, grazie e soprattutto alle loro controparti "bambine". Gli attori bambini, infatti, emulano alla perfezione gli atteggiamenti caratteriali di Fru e Fabio che sono familiari al pubblico, e ci fanno sorridere e riscoprire questi caratteri sotto un nuovo punto di vista. In questi bambini si intravedono i personaggi adulti, così come negli sguardi di Daniel e Matilda da piccoli lo spettatore può scorgere la loro futura storia d'amore, destinata a  compiersi vent'anni dopo.



Fonte: Vanity Fair

La serie costruisce una poetica attorno al concetto di tempo e di cambiamento, che non è un correre incontro ai tempi, ma una naturale prosecuzione della storia, un'evoluzione. Ci risulta naturale associare la crescita dei personaggi allo sviluppo della tecnologia, che cresce insieme a loro. 

Al termine dell'ultimo episodio viene sviluppata un'app che permette di scrivere un messaggio e di programmare il suo invio (anche, volendo, dopo 10 anni) e Daniel fa un monologo sull'importanza del dare tempo alle cose. Di come Internet ci dia la possibilità di illuderci di poter avere tutto, e subito. Ma se la nostalgia per le VHS fosse soltanto la nostalgia dell'illusione di avere tutto il tempo del mondo?

La tecnologia non viene demonizzata, anzi alla fine viene rappresentata come un'alleata. Significativa, a parer mio, è la metafora degli ascensori. Al funerale del suo padrino, Daniel pronuncia un elogio funebre in cui ricorda come Ciro abbia incontrato la propria moglie, Daniela, sulle scale.
«Ciro odiava gli ascensori. Lui diceva che erano un'invenzione del diavolo, perché se prendi le scale puoi incontrare quelli che vivono sugli altri piani… se prendi gli ascensori non incontri più nessuno». 
Coincidenza vuole che Daniel e Matilda si ritroveranno in seguito bloccati in ascensore, e soltanto così riusciranno ad avere il confronto decisivo, nel quale riescono finalmente a dichiararsi. Un po' deludente il fatto che la metafora venga spiegata allo spettatore dalla bocca stessa di Daniel.

La serie, infatti, non è perfetta. Tuttavia, a parer mio, Generazione 56K sorprende piacevolmente per la poesia che contiene. La stessa poesia che caratterizza, per tradizione, il nostro cinema dalle sue origini. La positività del messaggio e l'originalità con cui viene trattato l'avvento tecnologico, senza frivoli tentativi di svecchiamento, rende Generazione 56K una visione genuina. La sceneggiatura è divertente senza rendersi ridicola, emozionante senza creare angoscia. Coerentemente con il tentativo di usare il tema della tecnologia per rappresentare l'essenza umana, anche la serie porta sullo schermo una rappresentazione plausibile e realistica di quella generazione non-digital born, cresciuta però insieme allo schermo stesso. E non lo fa in 56K, ma in HD!


Una scena della serie


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