I racconti di guerra di nonna Albertina

Di Laura Astarita

Mondine a lavoro in risaia

Nota di redazione. Mi sento in dovere di fare due premesse: una storica, per contestualizzare la testimonianza, e una redazionale, per contestualizzare la presenza di questo articolo su questo spazio. Ho incontrato Nonna Albertina a casa di sua nipote a Cento, in provincia di Ferrara, nel 2017. 

In quell'occasione, io e Anna, sua nipote, abbiamo intervistato Albertina per una ricerca scolastica. Albertina avrebbe di lì a poco compiuto cent'anni, io ne avevo appena diciotto. Lontana dall'essere una professionista del giornalismo, ho cercato di riassumere e concretizzare la sua testimonianza nel modo più coerente possibile, commettendo anche alcuni errori storici che la famiglia ha provveduto a correggermi. Ricordo di quell'esperienza la regressione, il mio mettermi in una posizione di ascolto come una nipote che ascolta i racconti della nonna. Ad oggi, Albertina è ancora viva, gode di ottima salute e vive in una casa di riposo. 
Ho ritrovato l'intervista sul mio computer un mese fa, e sono rimasta incredibilmente sorpresa dal suo contenuto. Prima di tutto, per l'incredibile esempio di forza di volontà femminile che trapela da questa testimonianza, e secondariamente per la lucidità con cui Albertina ha affrontato alcuni aspetti della sua vita bellica nonostante la sua età. La voglia di rendersi utile, di lavorare, per necessità da una parte, ma anche per volontà. Era diversa dai racconti di donne durante la guerra che ho sentito nella mia vita, lontana dall'essere una Penelope che aspetta in casa Odisseo di ritorno dalla guerra. Ho pensato: le ragazze di oggi dovrebbero leggerla. E infatti, eccoci qui.

Albertina, come molte altre donne della sua generazione, ha vissuto in prima persona la Seconda guerra mondiale. (Ricordo come lei non riuscisse a chiamarla così, durante l'intervista: il nome "Seconda guerra mondiale" è arrivato solo dopo la fine della guerra, ma lei l'ha vissuta nel presente, e allora la chiama solo "guerra"). Come molte donne emiliane, venete e lombarde dell'epoca, inoltre, ha prestato servizio in Piemonte nelle risaie, svolgendo il ruolo di mondina. 

Che cos'era, o meglio, chi era una mondina? Si tratta di un mestiere stagionale esclusivamente destinato alle giovani donne diffusosi nella prima metà del XX secolo. Consisteva nello stare con le gambe nell'acqua fino alle ginocchia e la schiena curvata per trapiantare e depurare dagli elementi nocivi le piantine di riso. Era un lavoro estremamente provante: la risaia, infatti, era umida e paludosa, oltre che infestata dalle sanguisughe e le zanzare. Grazie ai progressi agronomici degli ultimi anni, il mondo delle mondine è pressappoco estinto. Ci può giungere suggestivamente solo grazie a lungometraggi come Riso amaro o da testimonianze come quella di Albertina. 

Proprio come lei, molte altre donne di quel tempo hanno dimostrato di aver combattuto la guerra esattamente quanto gli uomini, e di averla vinta, in un certo senso.
Al contrario della Guerra delle bombe, dei Lager, dei carri armati, la guerra delle donne non ha mai avuto lo scopo di privare qualcuno della sua dignità. Anzi, oserei dire che la loro battaglia si è basata soprattutto nel tentativo di conservarla, questa dignità, di ribadirla! Sono state proprio le lavoratrici nelle risaie, infatti, a rivendicare i primi diritti delle donne lavoratrici: famose sono le rivolte delle mondine per chiedere migliori condizioni di lavoro, i loro canti, tra cui anche Bella ciao che verrà poi "riadattata" dagli uomini della Resistenza partigiana. Eppure, Albertina non parla di rivoluzione, non parla di proteste, di resistenza, di diritti. Ci parla di forza, del suo essere madre, vedova di guerra, lavoratrice, ma soprattutto donna, signora e padrona della sua vita. 

Ho scritto fin troppo. Lascio ora la parola ad Albertina, sperando di avervi fornito tutte le informazioni necessarie per affrontare questa lettura.

Trümmenfrauen (le donne delle macerie) 

I: Albertina, può parlarci della sua vita nel corso della Seconda guerra mondiale?

Albertina: Sono nata nel 1917, durante la prima guerra mondiale … la chiamano così, vero? La prima guerra mondiale? Ecco! E subito dopo, c’era già la "Seconda". Quella sì, me la ricordo bene, perché ha portato un sacco di miseria. Non mi ricordo esattamente quando è iniziata, di preciso, la guerra. Ricordo solo che è stata massacrante. La guerra è una miseria, ragazze, che brutto lavoro! A pensarci mi vien male, scusate. 

Avevo tre figli, uno è morto di meningite … o almeno, credo che fosse meningite. Ho ancora la sua foto in casa. 
Mio marito, anche, è morto. Aveva 26 anni, era un soldato. Io sono rimasta sola con i bimbi e all'inizio non sapevo come fare. Lavoravo, davo da mangiare ai miei figli, e io invece cenavo con un’arancia e un pezzo di pane. 

Si mangiava, di solito, solo roba “caduta”. C’erano i vicini che aveva un albero di noci e io raccoglievo le noci che cadevano. All’epoca io abitavo vicino a Porta Pieve, qui a Cento, e lì si stava bene, perché eravamo in campagna e cadevano molti frutti dagli alberi … noi mangiavamo quelli.

Brava gente, la famiglia dei nostri vicini. Lui era un Dottore. Ci chiamava a lavorare da loro e ci dava pure da mangiare, a me e ai bambini. 
Un giorno il Dottore aveva visto che io avevo raccolto un grappolo d’uva ancora attaccato alla vite, ma non disse niente. Di solito ci raccoglieva tutti gli acini d’uva caduti con il rastrello e ci dava quelli. Quella volta lì, però, mi lasciò prendere l’uva direttamente dall’albero. 
Ci davano i fagioli, e noi ne piantavamo due in un unico buco. Oppure mettevamo due chicchi di grano, e poi coprivamo con i piedi nudi, poi aspettavamo che spuntassero i fiori e facevamo la polenta! 

Il mangiare non ci mancava, insomma. Il vero problema è che non c’erano i soldi! 
I soldi erano diventati come le mosche bianche. Te le hai mai viste le mosche bianche? Ecco, in casa nostra, i soldi erano come le mosche bianche: non si vedevano!

Una volta mia figlia mi aveva detto: «Mamma, i miei amici vanno a prendere il gelato e io devo dire che non ho soldi». 
Io le ho risposto: «Non devi dire che non hai i soldi, devi dire che non ne hai voglia… è più femminile!» E il giorno dopo lei è uscita e quando le sue amiche le hanno proposto di andare a mangiare il gelato, lei ha risposto: «Non posso, mia madre ha detto che non ne ho voglia».

Ho sempre cercato di sdrammatizzare, di scherzarci su, ma ragazze, che cosa porta la guerra! 
La guerra porta miseria, e poi quanta gente è morta… speriamo che non succeda mai più! 
Speriamo che continui così, com’è la situazione adesso. Che i capi di Stato abbiano capito che fare la guerra è tutta miseria, che muore della gente... che non vale la sofferenza...


I: Lei ha lavorato tanto per far fronte alla guerra, ma è andata anche a scuola. Com'era ai suoi tempi?

Albertina: Io non ci andavo molto, a scuola … non so di preciso com’era. 
Succedeva spesso che, quando ero bambina e la mia famiglia andava a lavoro, io venivo lasciata da sola in casa e allora andavo a scuola.  Quando ci andavo, infatti, mi piaceva molto. 

Per questo, adesso, ai miei nipoti dico sempre di andare a scuola e non saltare mai le lezioni. Ad uno di loro ho detto: non fare delle assenze, perché se no i tuoi compagni vanno avanti, e tu rimani indietro! 
A tutti i miei nipoti invece dico: imparate quanto più potete, leggete! – se c’è una cosa che invidio degli altri, infatti, è l’intelligenza. 

A me piaceva tanto leggere, solo che non c’erano i soldi per i libri e la maestra, per farci esercitare, ci faceva leggere il giornale. 
Una volta ho letto ad alta voce, davanti a tutta la classe, di un signore ricchissimo che era arrivato in Liguria con la nave, e quando è arrivato in Italia lo avevano scambiato per un clandestino perché non aveva niente con sé. Infatti aveva donato tutto quello che aveva portato ai poveri che c’erano a bordo. Lo avevano pure arrestato, allora lui ha detto alla polizia: «Non ci credete che sono ricco? Chiamate la regina!» Non mi ricordo quale regina fosse … comunque ha detto: «Chiamate la regina, e chiedetele se non è vero che mi conosce!» I poliziotti hanno chiamato la regina e hanno scoperto che in effetti era vero, che il signore era veramente ricco! Mi fece ridere questa cosa. Lui sembrava povero perché aveva donato tutto. Guarda te, cosa succede nel mondo! 

I ricchi, infatti, erano gli unici che stavano bene, durante la guerra, è per gli altri che è stata dura, molto dura. 

Adesso non riesco più a leggere: è la vecchiaia, ragazze. Stamattina ci ho provato, ma non ci riesco più, accidenti! Mi piaceva anche cucire, unire i fazzoletti con il filo di cotone per creare delle lenzuola. Ho fatto la sarta per tanti anni, e avevo imparato anche a fare le righe! Ora non riesco più nemmeno ad infilare l’ago. Mi è sempre piaciuto lavorare!

Una scena dal film «Riso amaro», con Silvano Mangano, girato alla Tenuta Veneria di Lignana

I: Lei ha lavorato anche in risaia. Era una mondina. Che ricordi ha di quel periodo?

Albertina: Sì, avevo quattordici anni, ma io già lavoravo. Già da quando ne avevo dodici, andavo a Bologna per fare la tata. Poi, un giorno, quando mia sorella è partita per andare in servizio in Piemonte, sono andata su con lei. Non avevo ancora l’età giusta per fare il lavoro della monda. Ricordo, però, che mi impegnai duramente, e la signora del Piemonte aveva detto che ero un’ottima lavoratrice. Ho dovuto lavorare sodo per dimostrare che potevo reggere il confronto con quelle dell'età giusta. 
Quando la Signora disse a mia sorella: «sua sorella lavora più che un’altra», per me è stato un momento davvero gratificante. Lei aveva detto che ero brava nonostante l’età. Capite? In teoria io non ci potevo neppure stare, in risaia, ma comunque la Signora mi diceva che lavoravo più di un'altra più grande e che invece l’età per stare in servizio ce l’aveva eccome! Per me è stato un gran piacere! Lei era la padrona, lì, perché il marito e il fratello erano morti … avevo stima di lei, era una gran signora. Se me lo diceva lei, significava molto.

Mia sorella era talmente orgogliosa che, quando lo ha saputo, lo disse prima a mia madre, e poi a me. Eravamo tutti grandi lavoratori, a casa mia, ed una notizia così ha fatto piacere a tutti! 
Eravamo gente onesta. Una volta mio figlio rubò un uovo dal pollaio dei vicini, perché aveva fame … io gliel’ho preso e sono andato a restituirlo. Ho sempre odiato le bugie, e odio quando la gente mente.
Nonostante la guerra, che è stata dura, in famiglia abbiamo sempre conservato una certa dignità. 
Per questo, ho cercato di insegnare il concetto di dignità anche ai miei figli, quando sono rimasta da sola. Come diceva sempre mio padre: «Poveretti, ma galantuomini, ecco cosa siamo». 

Capite? Lo dicevo anche io a ai miei, di figli: poveretti … ma galantuomini! 



Si ringrazia Anna, la pronipote di Albertina, e il resto della sua famiglia 
per avermi concesso di pubblicare questa intervista.

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