La fantascienza dell’uomo e l'incertezza del reale: tra "Solaris" e "Blade runner"

Di Nicole Mazzucato

Secondo l’enciclopedia Treccani, la fantascienza è definita come «genere letterario, estesosi poi al cinema, in cui l’elemento narrativo si fonda su ipotesi o intuizioni di carattere più o meno plausibilmente scientifico e si sviluppa in una mescolanza di fantasia e scienza».

Gli elementi in primo piano sono la fantasia, ovvero l’immaginazione e il meraviglioso, e la scienza. Si coniugano quindi due mondi: quello dell’impossibile e quello del reale. Se l’impossibile viene ritratto attraverso robot, macchine futuristiche e inversioni dei rapporti spazio-temporali, il reale invece ha come soggetto l’uomo.

Nella sua espressione letteraria e cinematografica, la fantascienza sempre ha visto l’intrusione del moderno attraverso la speranza di invenzioni per il miglioramento della vita dell’uomo o l’evasione dalla vita stessa: inutile, a questo proposito, citare Le voyage dans la Lune (1902) di Georges Méliès. Accanto al fantastico, inizia ad emergere una corrente di critica nei confronti di un “positivismo” fantascientifico: Metropolis (1927), il capolavoro di Fritz Lang, ne è un esempio. Queste due tendenze iniziali si diramano in sfumature sempre più complesse da decifrare fino agli anni Sessanta del Novecento, il punto di svolta nell’immaginario futuristico.

2001: Odissea nello spazio

L’esplorazione lunare e la lotta tra gli equipaggi americani e russi è solo (in parte) il risultato prefigurativo di 2001: Odissea nello spazio (1968) lungometraggio diretto da Stanley Kubrick. Un film immenso nella creazione del topos fantascientifico dei decenni successivi. Le navicelle spaziali, l’intelligenza artificiale di HAL 9000 e gli ambienti interni sono solo una cornice dell’analisi dell’intera vicenda umana. L’esplorazione dello spazio da parte dell’uomo, è un pretesto per raccontare le origini più profonde dell’umanità stessa.

L’apertura iconica del lungometraggio ovvero la scena dei primati che devono combattere con i predatori, è ripresa allegoricamente più volte: il ritratto delle fasi della vita umana attraverso la nascita, la maturità e la morte sono ritratte in un asettico e religioso silenzio cinematografico. I personaggi non comunicano, si interfacciano con la realtà: ovvero HAL 9000 il supercomputer che deve aiutarli nella loro impresa. Il silenzio regna nello spazio, nella navicella e cala sul ritmo della vita umana. Il simulacro, per riprendere la definizione famosa di Jean Baudrillard, è incarnato dall’intelligenza artificiale che si lega all’archetipo originario, ovvero il monolite.

Solaris

Una visione altra delle esplorazioni spaziali, è fornita da Solaris pellicola del 1972 di Andrej Tarkovskij. Se nell’opera di Kubrick, lo spazio è sinonimo di silenzio e anti – antropocentrismo, in Solaris è luogo della memoria. Tarkovskij racconta una storia di solitudine e di memoria. Kris Kelvin (Donatas Banionis) , uno psicologo, è diretto in missione per assistere l’equipaggio in orbita su un pianeta extrasolare, Solaris. Il pianeta è formato da una sostanza gelatinosa che si scopre attaccare la memoria degli uomini nella navicella, e tramutare i loro ricordi in materia, ossia in carne ed ossa. A Kelvin si manifesta la moglie Hari (Natal’ja Bondarčuk), morta suicida. L’intera pellicola ruota attorno alla figura materializzata di Hari: Kelvin combatte tra la consapevolezza della falsità dell’essere e la nostalgia della donna amata. Il lungometraggio si muove, anche, su un altro piano: davvero l’uomo ha bisogno di esplorare lo spazio nella sua immensità, quando non è in grado di decifrare se stesso? L’egoismo degli scienziati contro l’umanesimo dello psicologo, si scontrano nell’eticità o meno della soppressione di Hari, come proiezione mentale.

Sul globo d’argento

La memoria, la solitudine e la natura umana, sono esplorati in una terza pellicola: Sul globo d’argento (1977) diretto da Andrzej Żuławski. Il film ha avuto una produzione travagliata: le riprese sono state interrotte nel 1977 e terminate nel 1988 a causa della censura polacca. Il regista stesso, infatti, inserisce il suo commento a compimento della narrazione. Molte scene non sono state girate proprio per la mancanza di scenografia sequestrata dal governo. La trama vede al centro un piccolo gruppo di esploratori che lascia la terra in cerca di un nuovo pianeta. Durante il viaggio, sono costretti ad un atterraggio di emergenza in un pianeta simile al nostro. L’intento è fondare una nuova civiltà; l’impresa si rivela complessa a causa della scarsità di materie prime, della sopravvivenza e della riproduzione della “specie umana”. In un trattato antropologico in forma di immagini, gli uomini ritornano al loro stato di natura, per dirla alla Rousseau, e ogni vincolo etico è sciolto fino a quello linguistico.

L’incontro con altre “tribù” provoca conflitti simili in violenza a quelli che avvenivano sulla terra. Ironicamente, Żuławski mostra gli uomini-scienziati che dal satellite captano gli uomini-nuovi che fondano una nuova civiltà, sfuggendo dalla terribile minaccia della guerra e del cattivo selvaggio. L’intreccio si sviluppa attraverso fasi epifaniche e rivelatorie dell’uomo-nuovo che dalla felicità e dalla libertà, diventa bestia fino ad annullarsi. La parabola umana si richiude nella suo stesso fallimento.

Il mondo sul filo

Se l’uomo non ha possibilità di evadere dalla terra, l’unica soluzione sono, dunque, le simulazioni. Il mondo sul filo (1973) di Rainer Werner Fassbinder prefigura e profetizza, da una parte la base ideologica di Matrix, dall’altra l’intreccio labirintico delle realtà-simulate. Negli anni 1970 un istituto tedesco idea un super computer che genera una realtà parallela, identica a quella “materiale”. I simulacri che replicano le figure umani reali possono essere interrogate dagli uomini che grazie ad una macchina entrano nella simulazione. L’incrocio tra le due realtà è garantito dalla “persona di contatto” che è consapevole della duplicità dei due mondi. Fred Stiller (Klaus Löwitsch) il protagonista, è a servizio e controllo del “contatto”: nota, però, una serie di anomalie all’interno della simulazione. L’indagine degli errori e di strani fenomeni che accadono in entrambi le realtà, portano Stiller a dubitare di essere egli stesso una simulazione. Stiller si trova quindi, all’interno di un’ermeneutica del dubbio, ovvero dell’incertezza dello statuto del reale. L’esistenza dell’uomo entra in forte competizione con la sua proiezione: qual è la vera chiave della vita? Si può decidere la veridicità o la falsità dell’umano attraverso il filtro di una macchina?

Blade Runner

L’etica dell’esistenza umana è magistralmente eviscerata in Blade Runner (1982) lungometraggio di Ridley Scott tratto dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (1968) di P.K. Dick. La storia è nota: nella Los Angeles distopica del 2019, Rick Deckard (Harrison Ford) cacciatore di replicanti, viene richiamato dalle autorità, per l’eliminazione di 4 esemplari fuggiti dalle colonie extra-terrestri. I replicanti sono descritti come macchine, replica, appunto, dell’uomo, disegnati geneticamente e anatomicamente. Una macchina in carne ed ossa, pensante ed esistente: non a caso Pris (Daryl Hannah), recita nel film «I think, therefore I am» il cartesiano cogito ergo sum, penso dunque sono. I replicanti si distinguono dagli uomini grazie ad un test, in cui vengono messe alla prova le loro capacità di risposta istintiva. Il creatore dei replicati, il dottor Eldon Tyrell (Joe Turkel), dimostra a Deckard come gli esseri diventeranno sempre più simili agli umani, grazie all’impianto di ricordi, ma la loro vita sarà sempre limitata e programmata. Tyrell è colui che decide vita e morte degli esseri-pensanti, nuovi umani, programmati al servizio di un uomo ormai costretto all’estinzione.

Oltre alle innumerevoli tematiche legate alla distopia ritratta in Blade Runner, il focus centrale è la possibilità di mettere fine alla vita di unessere specchio all’uomo, il potere di essere una divinità, creare e distruggere con le proprie mani. La scena di Roy (Rutger Hauer) che uccide Tyrell, dopo averlo chiamato padre, ha gli stessi connotati del tradimento di Giuda uniti alla ribellione della creatura al proprio creatore, in una sfida prometeica.

La fantascienza, in questi brevi esempi, unisce nel suo meccanismo vivente un insieme di istanze umane rivelatrici: la descrizione dell’uomo in un contesto altro, fuori dal proprio Reale, invita lo spettatore a immergersi in un esame del proprio Sè. La descrizione dell’umano passa attraverso i meccanismi freddi e matematici del prodotto stesso di una mente inesplorata. Come il dottor Snaut (Jüri Järvet) afferma in Solaris:

«In questa situazione sia la mediocrità sia il genio sono ugualmente impotenti. Lascia che ti dica una cosa, noi non vogliamo conquistare il cosmo. Noi vogliamo espandere la terra oltre il cosmo. Noi non sappiamo che farcene con gli altri mondi, non vogliamo altri mondi. Solo uno specchio. Noi proviamo con tutte le nostre forze a comunicare, ma siamo condannati al fallimento. […] l’uomo ha bisogno dell’uomo».


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