Ascoltare una danza in solitudine accompagnata: intervista a Mattia Gandini

Di Federica Miranda 

Nei giorni 1 e 2 luglio, presso il Festival Vignale in Danza (Vignale Monferrato, AL), si terrà la prima assoluta dello spettacolo Memoria Ecoica del coreografo Mattia Gandini, un progetto dedicato all’ascolto dei suoni prodotti da due corpi danzanti. Oltre ad aver lavorato nei corpi di ballo di importantissimi teatri italiani e non, Mattia Gandini dal 2004 è anche il fondatore, nonché direttore artistico e coreografo, del Centro Artistico e Culturale Leggere Strutture Art Factory di Bologna.
Abbiamo avuto la possibilità di entrare presso la sede e scoprire, attraverso le sue parole, il mondo della danza e il suo nuovo spettacolo Memoria Ecoica.  



Dal profilo Twitter @mattia_gandini

Siamo abituati a vedere la danza sotto due accezioni differenti: come sport pomeridiano a cui portare i bambini dopo scuola e, parallelamente, su un palcoscenico teatrale intesa come arte. Secondo Lei, quand’è che la danza termina di essere sport e diviene arte? 

Questa domanda è interessante in quanto risponde ad esigenze culturali, nel senso che diviene arte nel momento in cui viene svolto un lavoro più completo, nel quadro di uno spettacolo teatrale e con alle spalle un lavoro drammaturgico importante. Tipica dello sport è una forte competizione che nell’arte invece non dovrebbe esserci. Arte è un qualcosa che ti lascia un sentimento, invece lo sport è training fisico con un fine competitivo, perciò si tratta di due rami completamente diversi. L’unica cosa che hanno in comune è un gran lavoro fisico alla base: quando lavoravo nel corpo di ballo del Teatro La Scala di Milano ero impegnato dalle 9 alle 17, e lo stesso è per gli sportivi professionisti. Si tratta di un lavoro a tutti gli effetti.

Qual è il modo per scoprire il talento della danza? Ed è così fondamentale iniziare precocemente?

Non sono per gli assolutismi anzi, penso si possa iniziare ad ogni età. Innanzitutto, bisogna dare una possibilità. In età infantile, già dai tre/quattro anni esistono numerosissimi corsi, tra danza, gioco-danza, danzo-circo, che fanno scoprire una passione e un eventuale talento, oltre ad un grande numero di fattori casuali, come amicizia, famiglie, scuola e luoghi frequentati. 
In età più adulta, invece, ci devono essere almeno un minimo di qualità fisiche. Oltre a ciò, si può puntare di più sull’estro artistico, che va sicuramente a compensare la differenza di capacità fisiche.

In un danzatore, quanto è importante la conoscenza della musica e dell’arte in generale? 

Sono conoscenze assolutamente fondamentali, soprattutto per un danzatore professionista e credo dovrebbe essere obbligatorio. Io stesso, ad esempio, ho frequentato per anni il Conservatorio. Nella mia scuola di danza abbiamo le lezioni con il pianista, che abituano a danzare su diversi metri musicali, ed è dunque importante saperli riconoscere e distinguere. Allo stesso modo, sono necessarie anche conoscenze riguardo la storia della danza, e di drammaturgia, sia per sé stessi, sia perché quando si lavora in teatro è bene sapere il suo funzionamento, quando e come entrare e come muovervisi. 
Queste conoscenze vanno a completare il danzatore, oltre che ad essergli d’aiuto in ciò che andrà a fare. Ciò gli fornisce sicuramente un aiuto attivo, dandogli un parametro di confronto costante tra le varie esperienze.

Da danzatore a coreografo, come è avvenuto in te il passaggio?

Avendo iniziato a danzare all’età di sei anni, già verso l’adolescenza mi sono spontaneamente avvicinato alla composizione. In Accademia mi sono sempre lasciato coinvolgere in spettacoli per poi, a diciotto anni, partecipare ai miei primi concorsi coreografici. Si può dunque dire che è avvenuto tutto per passione, in maniera spontanea e graduale.

C’è un personaggio nello specifico che le è stato fonte di ispirazione?
Non mi piace essere univoco, però sì, sin da ragazzino mi ha sempre appassionato la figura del coreografo William Forsythe. Mi piace molto il suo estro creativo, il suo modo di lavorare e ho sempre seguito il suo sviluppo artistico e creativo, partendo dal Neoclassico fino ad un contemporaneo estremo e l’arte dell’improvvisazione.

Da danzatore a coreografo, ha vissuto il pubblico in maniera differente?

Assolutamente sì. Quando si è danzatore, tu sei il soggetto e il pubblico ha una reazione su ciò che fai e sulle emozioni che tu stesso gli trasmetti. Essendo però solamente un esecutore, tu fungi da tramite tra lo spettatore e l’emozione, che però creativamente proviene da un’altra persona. 
Quando sei il coreografo, invece, è tutto ribaltato. Da creatore esterno dello spettacolo, hai la possibilità di vedere direttamente la reazione del pubblico riguardo ad un tuo prodotto, riuscendo a vedere il risultato funziona o meno. Chiaramente quando funziona è una soddisfazione grandissima.
Credo che in ogni mio spettacolo ci sia tantissimo di me stesso, non dico il massimo perché è impossibile metterci il cento per cento, ma veramente molto. Mi piace creare quando sono sereno e prendermi tutto il tempo che ritengo necessario, senza andare di corsa. Sembra brutto da dire, ma la coreografia è il mio hobby e la vivo in quanto tale, proprio come può essere il modellismo, perciò non cerco di mettere insieme qualcosa ma è lo spettacolo che viene a me e si crea da solo.

Con le persone più care, condivide volentieri la sua opera in creazione o preferisce presentargli direttamente il prodotto finito?
Con le persone più intime condivido le mie opere durante il periodo creativo creando piccole prove aperte per tarare, anche sulle loro reazioni, l’esito dello spettacolo. Non sono geloso delle mie opere, credo che la condivisione sia il miglior modo per crescere.

E danza è condivisione?

Assolutamente sì. La cosa più interessante di organizzare prove aperte è poter condividere il proprio momento creativo. 
Proprio a questo proposito abbiamo creato il Crudo Festival, nel quale portiamo rassegne di spettacoli di giovani coreografi. Successivamente, nel periodo primaverile, portiamo in teatro gli esiti di questo festival. Mi piace dare spazio alle giovani proposte. La mia missione per il futuro è quella di dare la possibilità ai giovani coreografi di avere uno spazio creativo, mettendogli a disposizione sale per poi portarli a teatro.  
Questo mio lavoro sorge da una necessità che ho sempre avuto io stesso, ovvero quella di avere una possibilità di andare in scena, e adesso nutro il desiderio di poterlo dare a qualcun altro.

Memoria Ecoica

Da dove proviene l’idea di Memoria Ecoica e in cosa consiste?

Io gestisco Leggere Strutture Art Factory, un centro artistico che si occupa di formazione e produzione da oltre quindici anni. Negli ultimi anni mi sono spostato verso la sperimentazione, facendo lavori con non vedenti. Avevo il desiderio di dare loro la possibilità di ascoltare i suoni della danza e, da qui, mi è venuta l’idea per il mio spettacolo Memoria Ecoica
Durante questo percorso ho avuto anche la possibilità di creare uno spettacolo per non udenti, dove questo pubblico poteva muovere il corpo dei danzatori e sentire in prima persona, il suono risultante sotto forma di vibrazione. 
Tramite queste due esperienze, sono arrivato al punto di poter dare una possibilità allo spettatore di vedere e ascoltare uno spettacolo con dei suoni creati dai danzatori stessi. Ciò perché nella danza solitamente la coreografia è il soggetto e il suono l’oggetto. Io ho voluto ribaltare tutto questo, rendendo il suono il soggetto drammaturgico e la coreografia il contorno. Nel concreto, dunque, lo spettatore indossa una cuffia wireless che gli consente di ascoltare il suono dei corpi dei due danzatori, uno spettacolo che altrimenti apparirebbe in completo silenzio. Al tempo stesso, durante il ballo, il sound designer Vincenzo Scorza trasforma e riorganizza questi suoni in divenire e, al termine dei venti minuti di spettacolo, si creerà la struttura portante dello spettacolo, la partitura musicale, ovvero ciò che dà movimento ai danzatori. In quest’ottica, il risultato dello spettacolo è sempre diverso nonostante la coreografia rimanga uguale. Chiudendo gli occhi, il pubblico è come se fosse dentro il corpo del danzatore.  
L’idea di quella di poter dare la possibilità al pubblico di andare a scoprire il suono prodotto dai danzatori. Il loro lavoro invece è al contrario, in quanto il training che vi sta dietro è quello di non creare rumore. Durante le prove i due lavorano in assoluto silenzio. Durante questo allenamento è tutto molto delicato, in quanto gli stessi danzatori devono percepire i suoni e i rumori che producono. 

Quanto ci è voluto per vedere lo spettacolo finito?

Lo spettacolo non credo finisca mai di crescere e cambiare, anche dopo una prima si può sempre modificare. Dal momento in cui ho avuto l’idea sono passati tre anni. Non credo che la pandemia abbia ritardato la creazione. Il lavoro, comunque, anche quando si ferma continua nella ricerca. È giusto che una creazione abbia un suo tempo naturale. Non esistono momenti di fermo, la mente continua sempre a creare e ad elaborare. 

Come arriva la collaborazione con il sound designer Vincenzo Scorza? 

La collaborazione è nata un po’ per gioco. Sono molto appassionato di giocattoli. Cinque anni fa sono entrato in un negozio, ho trovato uno di quei giochi che ti amplificano il rumore degli animali nel bosco e ho iniziato a puntarlo ovunque. Sono andato a proporre a Vincenzo Scorza l’idea di uno spettacolo ispirato a questo, nel quale si potesse sentire il rumore del corpo e da lì abbiamo iniziato ad acquistare materiale, piattaforme e da lì ci siamo appassionati, strutturando così un percorso di ricerca. Effettivamente giocando si impara, e adesso questo nostro gioco si è trasformato in qualcosa di importante.

Da dove viene il titolo Memoria Ecoica

Memoria Ecoica è uno spettacolo che ha molto a che vedere con il passato in quanto si tratta di una creazione fatta dai suoni di un corpo che si è mosso nel prima.

I danzatori come hanno accolto questa idea?

Con molta curiosità. Trattandosi di una cosa nuova e diversa si sono molto appassionati. Per un danzatore è molto bello riuscire a far cogliere al pubblico ciò che si prova.

Ti aspetti una reazione specifica dal pubblico?

Mi aspetto un qualcosa di molto intimo, personale, sentimentale, romantico, forte. Una bella sensazione in poco tempo, dato che il lavoro dura nel complesso venti minuti. È quasi interattivo, credo si crei una connessione molto intima tra il pubblico e lo spettatore, dato che quest’ultimo ha una forte responsabilità dovendo rimanere in completo silenzio per tutta la durata dello spettacolo.

In che modo Memoria Ecoica parla di te?

Amo molto stare tra me e me, e la solitudine mi ha sempre spinto a scoprire suoni altri. In questo senso il mio spettacolo parla di me, è una creazione che funge quasi come una sorta di psicologo, un momento di riflessione durante il quotidiano. Sono sensazioni che però non vivo solo io, a tutti capita di trovarsi da soli nel traffico o al supermercato, e dunque Memoria Ecoica accomuna un po’ognuno di noi.

E questa partitura che scaturisce dal movimento è musica o rumore? Qual è il confine tra i due?

Ho sempre pensato a come possa essere vivere il quotidiano con i tappi nelle orecchie, facendo sparire tutti i suoni e rumori circostanti. Stare nel traffico, prendere una metro, la spesa, sentendo solo e unicamente il rumore del proprio corpo. Si creerebbe una dimensione molto intima, e tutto questo nocciolo di intimità lo voglio mettere in questo spettacolo. 
Si tratta dunque di uno stare con sé e sé stessi, in relazione con un’altra persona. Una solitudine accompagnata.

Leggere Strutture Art Factory, foto di Federica Miranda

Com’è il tuo centro artistico?

Il Centro Artistico e Culturale Leggere Strutture Art Factory, che si occupa di produzione e formazione soprattutto a livello professionale. La formazione avviene mediante due piattaforme, due sorte di master nei quali vengono selezionati determinati danzatori in Italia e all’estero: Anfibia e Art Factory International. La prima lavora a livello creativo a tutto tondo sul performer, con focus su una creazione che verrà poi presentata al pubblico. Art Factory International invece, è un training di danza di otto mesi nel quale ci si forma come danzatori. Leggere Strutture si occupa anche di corsi amatoriali di teatro, danza e molto altro.

Un’ultima curiosità?

Oltre vent’anni fa pensavo a come avrei voluto chiamare il mio futuro centro artistico, e si è sviluppata in me la riflessione di come il corpo del danzatore sia solido, ben strutturato, ma visto in movimento, venga percepito come molto leggero. Da qui ho deciso che Leggere Strutture sarebbe stato il nome del mio futuro centro e, onestamente, credo sia perfetto.

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