1992: l'anno che cambiò l'Italia

Di Luca Martinelli

1992. È un anno di svolta per la storia della Repubblica Italiana: il 25 maggio sull’autostrada tra Cinisi e Palermo viene ucciso il giudice Giovanni Falcone, gran parte degli agenti di scorta e la moglie. 19 luglio: un’autobomba esplode in Via d’Amelio a Palermo. Muoiono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. 1992: l’anno di Mani Pulite. Il sistema pentapartitico finisce in un attimo, dopo le indagini del pool di Magistrati di Tangentopoli. Sarà una cesura per il sistema partitico italiano: di lì a poco a fare il suo ingresso in campo nel ring della politica sarebbe stato Silvio Berlusconi. Muore la Prima Repubblica, nasce la Seconda Repubblica.


A distanza di 30 anni verrebbe da chiedersi se è cambiato qualcosa. La risposta la darete voi lettori. Intanto è interessante farsi una breve carrellata di cosa ha prodotto la cultura su quelle macerie di stato. 

È interessante, ad esempio, che il primo brano rap ad avere avuto un certo successo – veniva messo persino dai DJ nelle discoteche della capitale – sia Fight da Faida di Frankie Hi Nrg. Il rapper siculo-umbro in questo brano dalle sonorità molto vicine al rap golden age USA anni ’80 ed allo stesso tempo a sonorità molto popolari (la filastrocca in siciliano a fine pezzo è pazzesca) dice testualmente: 
«ma don Vito Corleone oggi è molto più vicino:/sta seduto in Parlamento/È il momento/di sferrare un'offensiva/terminale decisiva/radicale distruttiva/oggi uniti più di prima alle cosche/fosche attitudini losche/mantenute dalle tasse/alimentate dalle tasche:/basta una busta/nella tasca giusta/in quest'Italia così laida/you gotta fight da faida». 
La consapevolezza, ad un anno solo dalle orrende stragi, quando fu pubblicato il singolo che Mafia e Palazzo andassero a braccetto, è talmente lucida da apparire abbagliante. Fu proprio nel 1993 che il sovraintendente capo della Polizia Francesco Stramandino dichiarò di avere visto l’allora senatore Giulio Andreotti in una chiacchierata col braccio destro di Totò Riina, Andrea Manciaracina. Andreotti verrà assolto da ogni accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso da una controversa sentenza del 2004. 


«Ed è così, tutti sudati/Che abbiam saputo di quel fattaccio/Di quei ragazzi morti ammazzati/Gettati in aria come uno straccio»

È il 1994 quando Giorgio Faletti, allora comico di grande popolarità e non certo intellettuale di primo pelo, scrive una delle canzoni più belle mai cantate nella storia del Festival di Sanremo. Il brano narra della vita di un semplice poliziotto siciliano di provincia che tira a campare in condizioni lavorative disagianti e disastrose. In prima serata, su RAI 1, nell’ambito della più importante manifestazione canora popolare italiana si canta di un doppio dramma: il dramma della morte di uomini innocenti, non di eroi con l’elmetto e con il mitra ma giovani che hanno perso il futuro (a questo proposito è straziante vedere il video della vedova di Vito Schifani), il dramma di un paese che ha perso il senso della giustizia. Se sappiamo con esattezza gli esecutori materiali della strage di Capaci, condannati all’ergastolo nello scorso giugno, nonché sappiamo con un certo grado di certezza i mandanti della strage, non sappiamo ancora nulla o poco di quelli che potremmo definire come mandanti occulti, essendo conclamati i rapporti Fininvest (gruppo azionario della famiglia Berlusconi) ed essendoci state numerose testimonianze del rapporto tra Dell’Utri, braccio destro del Silvio nazionale, e Cosa Nostra, è legittimo pensare che le indagini conclusasi nel 2013 sul rapporto tra Silvio Berlusconi e criminalità organizzata (ed in generale sui mandanti occulti della strage di Capaci) potrebbero essere riaperte, ricordando che il politico-imprenditore milanese è indagato quale mandante per le stragi di mafia a Firenze del ’94. 


C’è stato chi invece di testimoniare di fronte all’orrore della mafia ha rinunciato. Come emerge dal recente libro Mi prendo il mondo ovunque sia scritto a quattro mani con Sabrina Pisu, Letizia Battaglia di fronte alla strage di Via d’Amelio non riesce a fotografare il corpo completamente carbonizzato di Paolo Borsellino. La Battaglia ha fotografato ininterrottamente durante tutta la Prima Guerra di Mafia i corpi delle persone decedute, i corpi delle persone uccise. Davanti all’orrore di Via d’Amelio rinuncia.
Quello che il libro non specifica chiaramente è se tale rinuncia avviene per l’orrore o per la rassegnazione. Forse per un mix di entrambe le cose: l’orrore per l’immane carneficina, la rassegnazione per un paese che non cambia, perché non vuole cambiare. 
La rinuncia della grandissima fotografa siciliana non ci toglie però una certezza: l’agenda rossa di Paolo Borsellino è ancora introvabile. Sappiamo anche in questo caso chi fece esplodere la macchina-bomba in quella stretta traversa di Palermo. Ma quell’agenda è andata scomparsa: in quelle pagine vi erano appuntati nomi, fatti, incontri con uomini politici. Questo implica un buco, anzi, una fossa, nella storia civile del nostro paese: accettare che i dati di quell’agenda siano perduti per sempre significa avere perso completamente il senso della memoria storica. Ricordiamo che anche in questo caso diversi membri dello stato sono stati condannati per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Tra questi, l’onnipresente Dell’Utri. Naturalmente – assolto. 

Insomma, di materiale storico, artistico, iconografico ce n’è molto. Ma forse una degna conclusione di questo articolo è ricordare l’ultimo grande film uscito sulla mafia, La mafia non è più quella di una volta


Il film si presenta come una sorta di dialogo tra Letizia Battaglia (i nomi ritornano), Franco Maresco (regista di diverse opere ambientate nell’ambientate palermitano) e il fantomatico Ciccio Mira, personaggio ambiguo e maschera perfetta. L’idealismo della Battaglia verso la necessità della conservazione della memoria si scontra con lo scetticismo di Maresco di fronte all’ipocrisia per le celebrazioni sulle Stragi di Mafia. Il tutto è condito con lo humour nerissimo tipico dei film del regista palermitano. L’opera è un dialogo, ma si rivolge direttamente a noi: la nostra coscienza si può definire civile per impegno o civile per comodità? A noi la risposta.

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