La spina del diavolo: il primo capolavoro di Del Toro

Di Davide Gravina

Il labirinto del fauno (2007), Pacific Rim (2013) e The Shape of Water (2018) sono i film più famosi diretti da Guillermo del Toro, regista messicano che oggi compie 57 anni, uno dei “Tre amigos del cinema” insiemi ai connazionali Cuaron ed Iñárritu.
Il labirinto del fauno è sicuramente il film che diede notorietà internazionale a Del Toro, ma i temi più cari al regista, sublimati nel film del 2007, vengono già ampiamente esaminati ne La spina del diavolo (2001). Non è un caso che i due film compongano una dilogia informale e ad unirli non sono solo il regista ed il genere fantasy, anzi: è con questi due film che Del Toro mostra tutta la sua poetica autoriale.  

Scena del film La spina del diavolo (2001)

Il film inizia con una voice over che recita: “Che cos’è un fantasma? Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito, forse solo un istante di dolore, qualcosa di morto che sembra ancora vivo, un sentimento sospeso nel tempo come una fotografia sfocata, come un insetto intrappolato nell’ambra”. Il film inizia, quindi, dando ben quattro definizioni di fantasma, ognuna delle quali viene affrontata nel film. Sono queste definizioni che formano l’ossatura base del film e che, quindi, mostrano gran parte dell’autorialità di Del Toro.

Prima definizione: un terribile evento condannato a ripetersi all’infinito. Il terribile evento a cui si fa riferimento è duplice: il periodo storico in cui è ambientato il film ed il finale dell’opera. Il film è ambientato durante la guerra civile spagnola che portò al potere il dittatore Francisco Franco. La Storia della guerra spagnola ha un ruolo molto importante nel film, nonostante esso sia quasi completamente ambientato all’interno di un orfanotrofio. Del Toro, quindi, facendo un’allegorica comparazione tra un fantasma e una guerra, mette a nudo la natura dell’uomo: le guerre non avranno mai fine e l’atrocità umana è destinata a ripetersi all’infinito. 
Il secondo evento che non smetterà mai di ripetersi è legato direttamente all’orfanotrofio e al finale del film: Casares (Federico Luppi) uno dei due gestori dell’orfanotrofio, insieme a Carmen (Marisa Paredes), alla fine del film diventa un fantasma nel senso più comune del termine e lo si vede a guardia dell’orfanotrofio mentre i bimbi sopravvissuti ad un esplosione scappano verso un ignoto futuro. Fin da questa prima definizione, quindi, è possibile notare una forte unione fra Storia e racconto fantastico, uno dei tratti maggiormente distintivi del regista messicano. 

Federico Luppi e Marisa Paredes in La spina del diavolo (2001)

Seconda definizione: un istante di dolore. In questo caso l’istante di dolore evocato è triplice: il dolore fisico di Santi (Junio Valverde), il dolore emotivo di Jaime (Íñigo Garcés) ed il dolore consapevole di Casares. 
Santi è un ragazzo che tutti credono sia scappato ma in realtà fu ucciso dal custode Jacinto (Eduardo Noriega) ed il suo spirito aleggia nell’orfanotrofio. È lui il vero fantasma. Il suo istante di dolore è dato dal tremendo trauma che ebbe alla testa, causandone la morte e la cicatrice che lo caratterizza durante la sua vita da fantasma. 
Il dolore provato da Jaime è invece causato sia dalla perdita del suo migliore amico, sia dalla conoscenza della verità: lui sa che Santi non è scappato ma è stato ucciso nell’orfanotrofio. Jaime però non fa nulla a riguardo perché è troppo spaventato da Jacinto. Non va dimenticato che Jaime, così come Santi, è solo un bambino, orfano, catapultato in un mondo che non gli appartiene. 
Il dolore che invece accompagna Casares è a sua volta duplice e viene mostrato da Del Toro in due precisi primi piani. Il primo vede Casares bere un bicchiere di un particolare rum utilizzato per conservare i feti di bambini non nati: Casares ha appena raccontato a Carlos (Fernando Tielve), il bimbo protagonista, che il popolo crede che questo liquido possa guarire la cecità, le malattie renali e l’impotenza. Ciò, ovviamente, è falso e Casares, uomo di scienza, lo sa. Nonostante ciò ne beve un bicchiere, come se dovesse guarire da una grave malattia. 



Il suo secondo istante di dolore riguarda invece la guerra: Casares sta tornando all’orfanotrofio quando assiste all’esecuzione di alcuni partigiani tra cui vede il precedente tutore di Carlos. Capisce che la guerra si sta facendo sempre più violenta e che l’orfanotrofio non è più un luogo sicuro. I due primi piani descritti analizzano le due parti in cui si divide la vita di Casares e sono anche riassunto della doppia vita di cui gode il film: orfanotrofio e Storia.

Terza definizione: qualcosa di morto che sembra ancora vivo. Questa è probabilmente la definizione che più si avvicina all’idea canonica che tutti noi abbiamo quando si parla di fantasmi. 
Quel qualcosa di morto che sembra ancora vivo è lo spirito di Santi. Esso, infatti, si aggira nell’orfanotrofio sin dalla morte fisica del bambino, ma è con l’arrivo di Carlos che questo si fa ancor più presente. Carlos, che non a caso dorme nello stesso letto nel quale dormiva Santi, ha diversi incontri con il fantasma e viene anche avvertito della morte di molti suoi amici. Tali previsioni vengono però scambiate per minacce e solo la verità che Jaime gli rivela gli faranno capire che Santi ha un solo pensiero nella sua testa, perennemente sanguinante a causa della cicatrice: vendicarsi di Jacinto. 
Lo spirito di Santi, quindi, non solo ha il dono profetico, ma agisce direttamente sulle scelte dei ragazzini ancora in vita. Una volta scoperta la verità, Carlos, con l’aiuto di Jaime e dei loro amici, decidono di catturare Jacinto e riescono a buttarlo nella cisterna nella quale Jacinto nascose il corpo senza vita di Santi. Con l’aiuto dei suoi compagni ancora in vita, Santi può finalmente vendicarsi e il suo spirito può riposare in pace. 

Junio Valverde in La spina del diavolo (2001)

Quarta definizione: un sentimento sospeso nel tempo, come una fotografia sfocata, come un insetto intrappolato nell’ambra. Nell’ultima frase del prologo non troviamo solo una definizione, ma anche due similitudini. Entrambe trovano una corrispondenza nel film. 
La fotografia sfocata trova la sua messa in scena nella mano di Jacinto: il custode insieme ai suoi complici stanno cercando l’oro nascosto nell’orfanotrofio e durante la ricerca Jacinto trova una foto che raffigura i suoi genitori che lo tengono in braccio quando aveva ancora pochi mesi. Jacinto è cresciuto nell’orfanotrofio fin dalla tenerissima età data la prematura scomparsa dei suoi genitori e questa scena ci lascia immaginare, in pochi secondi, il difficile passato che Jacinto ha dovuto affrontare. Del Toro, quindi, mostra compassione e non condanna il principale antagonista del racconto. 
La seconda similitudine non ha un diretto riferimento come nel caso della fotografia, ma l’insetto intrappolato nell’ambra trova una similitudine iconografica nei feti dei bimbi non nati all’interno dei barattoli ripieni di quel rum già citato. 

Eduardo Noriega e Irene Visedo in La spina del diavolo (2001)

Oltre alle similitudini, è importante sottolineare come questa definizione, quel “sentimento sospeso nel tempo”, si amalgama nel film. Ancora una volta Del Toro unisce il concetto di Storia con il concetto di racconto, ma lo fa in una doppia accezione: sentimento e tempo. 
Nascono, quindi, due definizioni distinte: sentimento di odio sospeso nella Storia e sentimento di amore sospeso nel racconto. L’odio verso la guerra viene mostrato non solo attraverso gli adulti che combattono e muoiono per la libertà, ma anche e soprattutto attraverso i bambini: mangiano poco, hanno contatti saltuari con alcune persone a loro care attraverso delle lettere e sono costretti a subire la mancanza dei genitori a causa di una guerra che non li riguarda. La guerra ha tolto loro tutto ed impossibile non odiarla. 
Nonostante questo, però, il racconto fantastico viene in loro aiuto: essi sono costretti a sentire sulla loro pelle le conseguenze e gli strascichi che la guerra si porta dietro, ma all’interno di un mondo altro, popolato da fantasmi, riscoprono l’unione e la fratellanza, accomunati da un profondo sentimento amorevole e da uno stesso destino. 

Scena dal film La spina del diavolo (2001)

In conclusione: attraverso l’analisi del solo prologo è possibile tracciare una linea che unisce l’intero film. Il protagonista delle quattro definizioni analizzate è il fantasma, in un mondo quasi del tutto sovrastato dalla guerra. L’unione di Storia reale e racconto fantastico è quindi alla base del film e di tutta la filmografia di Del Toro. 

Voglio citare, per ultima, una frase pronunciata da Carmen durante un dialogo con Casares, nell’unico momento in cui i gestori parlano del fantasma che aleggia nel loro orfanotrofio. In riferimento al comportamento umano durante la guerra, Carmen dice: “A volte penso che i fantasmi siamo noi”
Quale frase potrebbe sintetizzare meglio il concetto alla base dell’autorialità di Del Toro? Nessuna. Del Toro riesce quindi a riassumere la sua poetica in una sola frase, pronunciata da un personaggio all’interno del primo film in cui tale poetica prende vita. Questo è, forse, il principale motivo per cui La spina del diavolo è un capolavoro. 

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